1 - 2 marzo 2003

LASSU’ SUL MONTE STIVO DOVE OSANO LE POIANE

Testo di Sergio Conte
Arrangiamento grafico di Luisa Hell

Per l’ultimo week-end di carnevale, Pino ci ha propinato questa escursione di tutto rispetto, con meta il Rifugio Marchetti sul Monte Stivo, dove è previsto anche il pernottamento-bivacco. Ne consegue che gli zaini dovranno essere più affardellati del solito, il che costituisce un problema soprattutto per me, che se posso evito volentieri questa fastidiosa appendice. Oggi però lo zaino da 45 ettolitri comperato nuovo per l’occasione ci vorrà tutto.
Da Bolzano ci spostiamo in macchina in direzione Valle di Gresta. All’uscita di Rovereto Sud, appoianata su un palo a mo’ di vedetta, scorgiamo un bellissimo esemplare di poiana. Regale e inquietante a tal punto che il suo spirito aleggerà su di noi per tutto il week-end. Com’era?
grande così e con due ali… sul davanti  grosse così.
Breve sosta a Ronzo Chienes per la brioche e il cappuccino, per poi raggiungere il Passo Santa Barbara, dove poco oltre lasceremo le macchine per iniziare la camminata. Da incallito ciclomane quale sono, non posso fare a meno di ricordare alle mie compagne di viaggio i recenti passaggi del Giro d’Italia su queste strade e soprattutto gli attacchi in salita di Gil[berto] Simoni in maglia rosa. Purtroppo queste citazioni storiche non susciteranno alcuna emozione in Luisa e Sandra, che di ciclismo ne masticano pochino, per non dire niente.
Da quota 1200 circa dovremo salire fin quasi in vetta al Monte Stivo, quota 2059, coprendo quindi un dislivello di oltre 800 metri. La strada, inizialmente sgombra di neve, si rivela ben presto insidiosa per la presenza di ghiaccio, e deve essere percorsa con attenzione per non scivolare. Nonostante ciò ogni tanto qualche ruzzolone in gruppo capita, anche se per fortuna di poco conto. Ghiaccio a parte, il mio impegno è come sempre …affannosamente al massimo, considerando anche i bioritmi che per oggi non rivelano nulla di buono. Passo dopo passo la salita progredisce, ma è il tempo di percorrenza che a me non quadra, perché ad ogni cartello che si incontra, “Monte Stivo” viene costantemente inchiodato a 6,08 ore di marcia. Qualche buonanima ricorderà poi a quell’imbranato di Sergio che 608 identifica il numero del sentiero. Quando si dice avere poche idee, ma confuse e nella fattispecie annebbiate dalla fatica!
La prima sosta viene fatta  dopo circa un oretta di strada, complice una accogliente panchina posta dalla provvidenza alla confluenza di sentieri, (ora è chiaro) tutti identificati dal proprio numero. Da lì, appare per la prima volta alla nostra vista il Rifugio Marchetti, incassato a pochi passi dalla vetta del Monte Stivo. Sembrerebbe anche vicino, ma in montagna i saggi dicono che non bisogna mai fidarsi dalle apparenze. Il bello deve ancora arrivare. Un eloquente cartello mi suggerisce, al di là del mitico 608 di invocare la nostra Regina “mater misericordiae” . Bisogna intanto raggiungere le malghette , da dove inizierà la vera e propria ascesa. Tutto questo ha per me un sinistro sapore…Himalayano, di campi base sempre più prossimi alla cima da conquistare. Giunti alle malghette, vedere l’ultimo tratto di arrampicata, in verticale sulla linea di massima pendenza, ha per me lo stesso effetto di un cazzotto allo stomaco . Il Rifugio sembra lì, a portata di mano, ma quanta fatica costerà arrivarci! Dopo esserci rifocillati a dovere iniziamo l’ascesa percorrendo il sentiero tracciato nella neve. Pino mi affianca e mi da dei preziosi consigli, quali ad esempio quello di non guardare mai in alto. Lo ascolto di buon grado, anche perché se così non facessi rischierei ad ogni passo di rotolare all’indietro. Sempre Pino mi infonde coraggio, assicurandomi che una volta raggiunti quei cespugli di abete lassù in alto il sentiero si snoda in cresta e quindi spiana. Mah! speriamo bene, per ora la fatica è veramente tanta. Gilberto ed io chiudiamo il gruppo in coda e le nostre soste per prendere fiato si fanno sempre più frequenti. Passo dopo passo, sosta dopo sosta i famosi cespugli di abete si fanno sempre più vicini. Quando finalmente li raggiungiamo, scopro amaramente che l’ascesa, così come promesso da Pino, è tutt’altro che conclusa e prima di arrivare al rifugio bisognerà ancora soffrire. Sandra, conscia delle mie tribolazioni, mi viene incontro con l’intento di liberarmi dello zaino. La ringrazio per il generoso pensiero, ma decido di tener duro fino alla fine, anche se la voglia di darglielo è veramente tanta. Non sia mai detto che un Ariete ascendente Toro debba essere soccorso da una Vergine ascendente Gemelli!. E la fine dopo tanto penare finalmente arriva, e al cospetto del rifugio crollo letteralmente a terra sfinito dalla fatica .
Roby, Il gestore del rifugio, ci accoglie calorosamente servendoci subito una merenda coi fiocchi, che ci permetterà di reintegrare velocemente le energie spese. Sandra, ricordando a noi tutti che siamo in pieno carnevale, estrae dallo zaino delle parrucche che trovano destinazione sulle teste di Pino, Renato e Gilberto, oltre che sulla mia. Particolarmente ammirati sono Pino e Gilberto con le loro chiome fluenti. .
Appena sopra il rifugio c’è la vetta del Monte Stivo, identificata da una grande croce e da un osservatorio che spazia a 360 gradi. Occorre andarci per fare le foto ricordo . Io oppongo una timida resistenza, ma sono praticamente costretto con le buone o con le cattive. Questa volta più che la salita, (che dura veramente un attimo) è la discesa che mi crea non poche difficoltà. Infatti a qualcuno viene in mente di ridiscendere per altra via. Ed è lì che ad un certo punto sprofondo nella neve fresca fino alla cintola e sarei ancora lì se Gilberto e Bruno non mi avessero faticosamente estratto, come si fa con i sepolti dalle valanghe .
Al Rifugio, mentre si attende l’ora di cena, c’è da sistemare tutto quanto per la notte e verso sera  arrivano al rifugio anche gli amici di Conegliano, con i quali ci eravamo dati appuntamento. Tutti assieme al gran completo possiamo quindi cenare in buona allegria e con grande appetito, prova ne sia la montagna di spaghetti con le sarde divorati soprattutto dalla Giuseppina e da Pino. Sempre in tema di carnevale Roby, fra una portata e l’altra prende la fisarmonica e si mette a suonare da par suo, accompagnato dal nostro coro e dall’orchestra che può contare su Pino come solista al trombone e ai …piatti . Ancora in tema di carnevale e poiché quindi ogni scherzo vale mi metto anch’io a suonare, ricordandomi che da ragazzo mia madre mi mandò a scuola di musica. Certo che il mio repertorio non è poi così vasto, ma dell’unica canzone che ancora, seppur male mi ricordo (la famosissima “Luna nel Rio”) ne ho fatto il mio cavallo di battaglia ed a gentile richiesta la posso riproporre all’infinito .
La serata trascorre in un’atmosfera di grande  allegria e arriva l’ora di andare in branda, dove qualcuno continuerà a…suonare per tutta la notte.
Al mattino si presenta il problema dell’unico bagno di cui dispone il rifugio. Qualcuno per non fare la fila si alza all’alba, qualcun altro (privilegio di noi uomini) scarica bisogni impellenti oltre la teleferica, sull’orlo dei crepacci, ma la più sfortunata è una ragazza del gruppo di Conegliano che al limite della sopportazione umana cerca di trattenersi con contorsioni varie per non …scoppiare.
Dopo una abbondante colazione in un’atmosfera ovattata dalla nebbia ci incamminiamo sulla via del ritorno . Il ghiaccio che avevamo trovato all’andata costituisce l’unica vera insidia della discesa, ma il pezzo più insidioso lo aggiriamo con una deviazione nel bosco, così come consigliatoci da Gianni, l’amico di Roby, che incontriamo mentre sale verso il rifugio, come fa ad ogni week-end… tanto per sgranchirsi le gambe.
Per completare degnamente la giornata Pino scova sulla strada del ritorno una Perla di ristorante in quel di Stravino, dove si mangiano della stra-porzioni a base di pesce ad un prezzo veramente stra-pazzato.

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