LASSU’ SUL MONTE STIVO DOVE OSANO LE POIANE
Testo di Sergio Conte
Arrangiamento grafico di Luisa Hell
Per l’ultimo week-end di carnevale, Pino ci ha propinato questa escursione
di tutto rispetto, con meta il Rifugio Marchetti sul Monte Stivo, dove
è previsto anche il pernottamento-bivacco. Ne consegue che gli zaini
dovranno essere più affardellati del solito, il che costituisce
un problema soprattutto per me, che se posso evito volentieri questa fastidiosa
appendice. Oggi però lo zaino da 45 ettolitri comperato nuovo per
l’occasione ci vorrà tutto.
Da Bolzano ci spostiamo in macchina in direzione Valle di Gresta. All’uscita
di Rovereto Sud, appoianata su un palo a mo’ di vedetta, scorgiamo un bellissimo
esemplare di poiana. Regale e inquietante a tal punto che il suo spirito
aleggerà su di noi per tutto il week-end. Com’era?
grande così e con due ali… sul davanti grosse così.
Breve sosta a Ronzo Chienes per la brioche e il cappuccino, per poi
raggiungere il Passo Santa Barbara, dove poco oltre lasceremo le macchine
per iniziare la camminata. Da incallito ciclomane quale sono, non posso
fare a meno di ricordare alle mie compagne di viaggio i recenti passaggi
del Giro d’Italia su queste strade e soprattutto gli attacchi in salita
di Gil[berto] Simoni in maglia rosa. Purtroppo queste citazioni storiche
non susciteranno alcuna emozione in Luisa e Sandra, che di ciclismo ne
masticano pochino, per non dire niente.
Da quota 1200 circa dovremo salire fin quasi in vetta al Monte Stivo,
quota 2059, coprendo quindi un dislivello di oltre 800 metri. La strada,
inizialmente sgombra di neve, si rivela ben presto insidiosa per la presenza
di ghiaccio, e deve essere percorsa con attenzione per non scivolare. Nonostante
ciò ogni tanto qualche ruzzolone in gruppo capita, anche se per
fortuna di poco conto. Ghiaccio a parte, il mio impegno è come sempre
…affannosamente al massimo, considerando anche i bioritmi che per oggi
non rivelano nulla di buono. Passo dopo passo la salita progredisce, ma
è il tempo di percorrenza che a me non quadra, perché ad
ogni cartello che si incontra, “Monte Stivo” viene costantemente inchiodato
a 6,08 ore di marcia. Qualche buonanima ricorderà poi a quell’imbranato
di Sergio che 608 identifica il numero del sentiero. Quando si dice avere
poche idee, ma confuse e nella fattispecie annebbiate dalla fatica!
La prima sosta viene fatta dopo circa un oretta di strada, complice
una accogliente panchina posta dalla provvidenza alla confluenza di sentieri,
(ora è chiaro) tutti identificati dal proprio numero. Da lì,
appare per la prima volta alla nostra vista il Rifugio Marchetti, incassato
a pochi passi dalla vetta del Monte Stivo. Sembrerebbe anche vicino, ma
in montagna i saggi dicono che non bisogna mai fidarsi dalle apparenze.
Il bello deve ancora arrivare. Un eloquente cartello mi suggerisce, al
di là del mitico 608 di invocare la nostra Regina “mater misericordiae”
.
Bisogna intanto raggiungere le malghette
, da dove inizierà la vera e propria ascesa. Tutto questo ha per
me un sinistro sapore…Himalayano, di campi base sempre più prossimi
alla cima da conquistare. Giunti alle malghette, vedere l’ultimo tratto
di arrampicata, in verticale sulla linea di massima pendenza, ha per me
lo stesso effetto di un cazzotto allo stomaco
.
Il Rifugio sembra lì, a portata di mano, ma quanta fatica costerà
arrivarci! Dopo esserci rifocillati a dovere iniziamo l’ascesa percorrendo
il sentiero tracciato nella neve. Pino mi affianca e mi da dei preziosi
consigli, quali ad esempio quello di non guardare mai in alto. Lo ascolto
di buon grado, anche perché se così non facessi rischierei
ad ogni passo di rotolare all’indietro. Sempre Pino mi infonde coraggio,
assicurandomi che una volta raggiunti quei cespugli di abete lassù
in alto il sentiero si snoda in cresta e quindi spiana. Mah! speriamo bene,
per ora la fatica è veramente tanta. Gilberto ed io chiudiamo il
gruppo in coda e le nostre soste per prendere fiato si fanno sempre più
frequenti. Passo dopo passo, sosta dopo sosta i famosi cespugli di abete
si fanno sempre più vicini. Quando finalmente li raggiungiamo, scopro
amaramente che l’ascesa, così come promesso da Pino, è tutt’altro
che conclusa e prima di arrivare al rifugio bisognerà ancora soffrire.
Sandra, conscia delle mie tribolazioni, mi viene incontro con l’intento
di liberarmi dello zaino. La ringrazio per il generoso pensiero, ma decido
di tener duro fino alla fine, anche se la voglia di darglielo è
veramente tanta. Non sia mai detto che un Ariete ascendente Toro debba
essere soccorso da una Vergine ascendente Gemelli!. E la fine dopo tanto
penare finalmente arriva, e al cospetto del rifugio crollo letteralmente
a terra sfinito dalla fatica .
Roby, Il gestore del rifugio, ci accoglie calorosamente servendoci
subito una merenda coi fiocchi, che ci permetterà di reintegrare
velocemente le energie spese. Sandra, ricordando a noi tutti che siamo
in pieno carnevale, estrae dallo zaino delle parrucche che trovano destinazione
sulle teste di Pino, Renato e Gilberto, oltre che sulla mia. Particolarmente
ammirati sono Pino e Gilberto con le loro chiome fluenti.
.
Appena sopra il rifugio c’è la vetta del Monte Stivo, identificata
da una grande croce e da un osservatorio che spazia a 360 gradi. Occorre
andarci per fare le foto ricordo
.
Io oppongo una timida resistenza, ma sono praticamente costretto con le
buone o con le cattive. Questa volta più che la salita, (che dura
veramente un attimo) è la discesa che mi crea non poche difficoltà.
Infatti a qualcuno viene in mente di ridiscendere per altra via. Ed è
lì che ad un certo punto sprofondo nella neve fresca fino alla cintola
e sarei ancora lì se Gilberto e Bruno non mi avessero faticosamente
estratto, come si fa con i sepolti dalle valanghe
.
Al Rifugio, mentre si attende l’ora di cena, c’è da sistemare
tutto quanto per la notte e verso sera arrivano al rifugio anche
gli amici di Conegliano, con i quali ci eravamo dati appuntamento. Tutti
assieme al gran completo possiamo quindi cenare in buona allegria e con
grande appetito, prova ne sia la montagna di spaghetti con le sarde divorati
soprattutto dalla Giuseppina e da Pino. Sempre in tema di carnevale Roby,
fra una portata e l’altra prende la fisarmonica e si mette a suonare da
par suo, accompagnato dal nostro coro e dall’orchestra che può contare
su Pino come solista al trombone e ai …piatti
.
Ancora in tema di carnevale e poiché quindi ogni scherzo vale mi
metto anch’io a suonare, ricordandomi che da ragazzo mia madre mi mandò
a scuola di musica. Certo che il mio repertorio non è poi così
vasto, ma dell’unica canzone che ancora, seppur male mi ricordo (la famosissima
“Luna nel Rio”) ne ho fatto il mio cavallo di battaglia ed a gentile richiesta
la posso riproporre all’infinito
.
La serata trascorre in un’atmosfera di grande allegria e arriva
l’ora di andare in branda, dove qualcuno continuerà a…suonare per
tutta la notte.
Al mattino si presenta il problema dell’unico bagno di cui dispone
il rifugio. Qualcuno per non fare la fila si alza all’alba, qualcun altro
(privilegio di noi uomini) scarica bisogni impellenti oltre la teleferica,
sull’orlo dei crepacci, ma la più sfortunata è una ragazza
del gruppo di Conegliano che al limite della sopportazione umana cerca
di trattenersi con contorsioni varie per non …scoppiare.
Dopo una abbondante colazione in un’atmosfera ovattata dalla nebbia
ci incamminiamo sulla via del ritorno
.
Il ghiaccio che avevamo trovato all’andata costituisce l’unica vera insidia
della discesa, ma il pezzo più insidioso lo aggiriamo con una deviazione
nel bosco, così come consigliatoci da Gianni, l’amico di Roby, che
incontriamo mentre sale verso il rifugio, come fa ad ogni week-end… tanto
per sgranchirsi le gambe.
Per completare degnamente la giornata Pino scova sulla strada del ritorno
una Perla di ristorante in quel di Stravino, dove si mangiano della stra-porzioni
a base di pesce ad un prezzo veramente stra-pazzato
.