(Cronaca semiseria di una gita particolare)
Da neofita escursionista tendente al pigro quale sono,
quando Sandra con tutta la sua ammirevole opera di convincimento tenta
di trascinarmi su e giù per le montagne, la prima cosa che mi deve
dire è il grado di difficoltà dell’escursione, ovvero il
dislivello da superare. Sino ad ora, per fare la gamba e per “rompere il
fiato” (come si dice in gergo) ci siamo cimentati in gite da questo punto
di vista non troppo impegnative. Si trattava però prima o poi di
tentare il salto di qualità. Ecco perchè con una buona
dose di incoscienza accetto la sfida di tentare l’assalto al rifugio S.Pietro
sul monte Calino, 500 mt di dislivello (calcolo CAI). Decido di accettare,
pervaso dallo stesso spirito col quale un provetto scalatore affronta
per la prima volta un mitico “ottomila”.
Si parte domenica 8 dicembre di buon mattino. Sandra
ed io siamo ospiti del buon Renato, il quale messo alle strette, non può
far altro che ammettere che fatti i conti, i metri da superare potrebbero
anche essere 600. Pazienza -dico io- a questo punto cento più cento
meno poco importa. Lasciate la macchine e già pronti per partire
con gli zaini in spalla, Jean Pierre (o Gianpietro o Willy a seconda
dei casi), cartina alla mano tiene l’ultimo consulto di gruppo. Un po’
in disparte non essendo io esperto di strategie escursionistiche, li sento
confabulare come dei carbonari. “Cosa mi state nascondendo” chiedo con
aria inquisitoria. Sandra mi prende per un braccio e con tono di circostanza
mi partecipa che le curve di dislivello parlano chiaro: I metri all’insù
saranno almeno ottocento, forse novecento. “Porc…” è tutto ciò
che in quel momento mi vien da rispondere. E poi aggiungo: “mammano ®
che il tempo passa qui i metri aumentano, dimodochè ® prima
di notte saranno anche mille” (n.d.r.: mammano e dimodochè non vanno
corretti perché sono marchi coperti da copyright). Partiamo …ed
è subito calvario. Sandra mi indica tra le nebbie una “sella” da
superare, che sembra sempre lì a portata di mano e invece questo
sentiero di capre si impenna sempre di più. Ed io sempre di più
attaccato al gancio (gergo ciclistico che definisce uno scoppiato), sbuffante
come un mantice. Gianpietro, Luisa e Gina lì davanti, belli ed imprendibili,
agili come stambecchi a tirare il gruppo senza il minimo accenno di fatica.
Sandra e Renato a far compassionevole compagnia a questo vecchietto, che
fatica come una bestia, ma che tiene duro, perché ha in testa (come
dice Cesare Ragazzi) un’idea tanto meravigliosa quanto lapalissiana: Prima
o dopo la salita dovrà pur finire! Ogni tanto il sentiero
scompare dietro una curva, ed io a sperare invano che dietro la curva la
strada spiani un pochino, quel tanto che basterebbe per tirare il fiato.
Buon per me che gli stambecchi di cui sopra ogni tanto si fermano, ufficialmente
per controllare il percorso, ma in realtà (bontà loro!) per
rendere meno amaro questo calice di fatica che sto bevendo fino all’ultima
goccia. Ad un tratto, come un miraggio, appare il cartello che aspettavo
da tempo: <Rifugio S. Pietro1 h.>, ma soprattutto adesso la strada spiana
davvero, anzi scende leggermente verso Treni, tre casette disseminate fra
i prati, superate di slancio, con euforica baldanza.
Non faccio nemmeno in tempo ad assaporare il gusto della
soddisfazione, che vedo Willy deviare dalla strada maestra per imboccare
un impervio sentiero che a guardarlo dal basso verso l’alto ha su
di me lo stesso effetto di un cazzottone allo stomaco. Affronto questo
nuovo tragico banco di prova con il convincimento di piantarmi quanto prima
e fare come i muli, che quando decidono di fermarsi non li smuovi nemmeno
con le frustate. Ancora adesso non mi rendo ben conto come ho fatto. Fatto
sta che alla fine, raggiunta la sommità, mi è venuto spontaneo
sottolineare la fatica fatta con una semplice parola: micidiale!. Tanto
micidiale che il falsopiano successivo, forse perchè avvolto
nelle nebbie, mi è sembrato un inferno dantesco, da accettare
e percorrere fino in fondo come espiazione di tutti i mali del mondo. Mi
sentivo tutte le ossa rotte, al punto che ho chiamato Pino al cellulare
per prenotare un’intero pomeriggio di massaggi.
Finalmente il rifugio S.Pietro ci accoglie fra
le sue braccia
.
Vicino al caminetto, con il crepitio della legna che brucia ed in attesa
della polenta fumante, ripercorro con Sandra, Luisa, Gina, Jean Pierre
e Renato quel maledetto sentiero, tragico, scivoloso, impervio, disumano,
subdolo, ma soprattutto micidiale, anzi MICCIDIALE ®.
La giornata ci riserva ancora una impegnativa discesa,
ma anche la scoperta a fondovalle di un minuscolo agglomerato di case che
per la loro antica bellezza e col Natale alle porte potremo definirlo un
autentico presepio.
Mancava solo la neve. Non abbiamo trovato la stalla con Gesù Bambino,
il bue e l’asinello, ma in compenso abbiamo appreso da un arcaico “murale”
che sul tetto della chiesa non si possono portare né fascine di
legna, né altre cose(?!?).
Il crepuscolo incipiente dei pomeriggi d’inverno piano
piano cala su di noi e ci accompagna nell’ultimo tratto di strada fin verso
le macchine.
Ma prima di rientrare a Bolzano c’è ancora il
tempo per visitare il Mercatino Asburgico di Arco. Per quelle fortune che
capitano una sola volta nella vita, come attratti da una specie di fluido
magnetico ci imbattiamo nel santone Banzai, che a dispetto degli Asburgo
ci inizia alla filosofia e alle pratiche orientali del giardino Zen. Scopriamo
così che è sufficiente una tavoletta di legno recintata e
cosparsa di candida sabbia amorevolmente livellata con un piccolo rastrellino,
affinché ognuno sia artefice della propria vita e si costruisca
il proprio habitat nella forma più primordiale fatta di sentieri
e di sassi. Meditate gente, meditate!.
Sergio
contesergio@dnet.it